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25 novembre 2021

ROMA, PARIGI E L’EUROPA CHE VERRÀ

Macron e Draghi firmano il Trattato del Quirinale. Ma la cooperazione rafforzata tra Francia e Italia è anche nell’interesse dell’Europa.

   

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Parigi e Roma, da oggi, sono più vicine. È questo il senso ultimo, il segnale sancito dal Trattato del Quirinale che il presidente francese Emmanuel Macron si appresta a firmare con il premier italiano Mario Draghi. Se i contenuti del testo non sono ancora pubblici, si sa che la sua struttura è articolata in undici capitoli tematici (da esteri a difesa, migrazioni, sviluppo economico, ricerca, transizione ecologica e altro) e in un programma di lavoro che individua come concretamente i due governi – attraverso incontri e vertici cadenzati e meccanismi di consultazione e cooperazione – dovranno perseguire gli obiettivi fissati. Una firma, dunque, che servirà ad archiviare non solo simbolicamente le incomprensioni degli ultimi anni ma anche a inaugurare una nuova stagione di collaborazione rafforzata tra Francia e Italia. Il tutto nel segno del reciproco interesse e, da non sottovalutare, dell’interesse europeo. Sì, perché il Trattato del Quirinale non prescinde dalla cornice europea che anzi si propone di rafforzare: mentre la Germania si appresta a valicare la lunga era Merkel, la Francia tra un mese assume la presidenza Ue e in primavera andrà al voto. Quanto all’Italia, oggi guarda con più interesse e fiducia all’Europa. Anche per questo la ritrovata intesa con la Francia non va vista come un club esclusivo, ideato per estromettere altri partner, in primis Berlino, alleato chiave per Parigi come per Roma.

Un rapporto tra alti e bassi?

Alla firma dell’accordo si è giunti attraverso un lungo negoziato diplomatico, avviato nel 2017 e chiuso in soffitta per più di un anno, tra i due governi Conte. A guardare oggi l’accoglienza della coppia presidenziale, sembra impensabile che siano passati appena tre anni da quando, nel febbraio 2019, Parigi richiamava il suo ambasciatore a Roma (la prima volta dal 1940) dopo il sostegno espresso dal governo italiano ai gilet gialli che paralizzavano la Francia. Come lontani sembrano i tempi del ‘braccio di ferro’ italo-francese, col sostegno a fazioni opposte nella guerra in Libia, e la crisi dei migranti a Bardonecchia e Ventimiglia: allora Nicholas Sarkozy aveva chiuso i confini francesi per evitare il passaggio di migliaia di migranti in arrivo dall’Italia. Da allora le crisi al confine (con respingimenti direttamente alla frontiera) si sono ripetute con costanza e continuano sottotraccia ora che riprendono gli sbarchi, nonostante la retorica sulla collaborazione. Forse il punto più basso nelle relazioni con i cugini d’oltralpe, con cui comunque l’Italia ha sempre condiviso, a livello europeo, approcci economici di fondo (più crescita e meno austerity) e ora punta alla piena convergenza in vista della revisione/reintroduzione del Patto di stabilità e crescita.

Parigi predona?

Il Trattato del Quirinale non è il primo del suo genere per la Francia. L’idea di fondo ricalca quella del Trattato franco-tedesco dell'Eliseo firmato nel 1963 dagli allora presidenti Konrad Adenauer e Charles De Gaulle, poi rinnovato nel 2019 ad Aquisgrana dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dall’attuale presidente francese. Dopo la firma, da parte di Mario Draghi e Emmanuel Macron, spetterà al Parlamento autorizzarne la ratifica che porterà alla firma del presidente della Repubblica. Ma non mancano le obiezioni di chi fa notare che con la sua entrata in vigore, il Trattato rafforzerà soprattutto la posizione della Francia in Europa, che diventerà l'unico paese europeo a poter beneficiare contemporaneamente di due patti di cooperazione rafforzata. Ma soprattutto c’è ci vede nella rafforzata cooperazione industriale ed economica, il rischio di un ‘effetto boomerang’ che trasformi la collaborazione tra i due versanti alpini, in acquisizioni da parte dei giganti francesi nei confronti dei ‘gioielli di famiglia’ italiani. Preoccupazioni non troppo peregrine se nel pieno della prima ondata pandemica il governo, aveva esteso la disciplina del golden power anche ai soggetti intra-Ue.

Uniti per l’Europa?

Di certo un aspetto positivo del Trattato risiede nella volontà di dare più peso ai paesi mediterranei dell’Unione, citati espressamente nel testo. Sulle preoccupazioni economiche, o sull’immigrazione, i francesi possono aiutare a fare da collegamento tra paesi del sud e del nord Europa. Fortificando l’asse anti-frugali anche in vista della discussione sulla reintroduzione o modifica del patto europeo di stabilità e crescita. Altro punto di convergenza è sulla difesa. Una difesa comune europea che Macron vuole mettere in cima all’agenda della presidenza di turno francese, ai blocchi di partenza a gennaio 2022. Sul tavolo, dunque, c’è molto di più degli intrecci tra le due sponde delle Alpi, in un momento di convergenza tra Roma e Parigi, nel quale i leader di Francia e Italia sono accomunati da obiettivi strategici comuni e si mostrano disposti a sostenere il peso della transizione europea post-Merkel. Sono loro, in questo momento, i custodi del patrimonio comune europeo. Di un continente ancora nella burrasca, travolto com’è da una nuova violenta ondata di contagi. Sanno che, come insegna l’epidemia, nessuno si salva da solo. Neanche l’Europa che, per farlo, deve restare unita.

   

IL VIDEO-COMMENTO

di Paolo Magri, Vice Presidente Esecutivo ISPI

ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

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