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La presidenza di Donald Trump ha stravolto le relazioni tra gli USA e il mondo? Come sono cambiate? E cosa potrebbe succedere dopo le elezioni? Da oggi al voto del 3 novembre, con questo Focus settimanale ISPI approfondirà i principali dossier di politica estera che hanno segnato i 4 anni di presidenza Trump, provando a farne un bilancio e a tracciare alcuni scenari futuri.

GLI USA E IL MONDO: IL DOSSIER CINA

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Pochi altri dossier hanno segnato la presidenza Trump come quello relativo alle relazioni con la Cina. La guerra dei dazi, la diplomazia delle mascherine e lo scontro aperto sul 5G indicano, con poco margine di errore, che siamo a un punto di svolta nei rapporti tra le due superpotenze e l’intera politica mondiale.

Ieri: le relazioni USA-Cina prima di Trump

Racchette da ping-pong e cappelli da cowboy. Sono queste immagini, nell’immaginario collettivo dei due paesi, a segnare l’inizio dei rapporti tra Stati Uniti e Cina nell'era moderna. Nell’aprile del 1971 la nazionale di Pechino ospita i colleghi statunitensi, marcando l’inizio della cosiddetta “diplomazia del ping-pong” che porterà alla distensione dei rapporti tra i due paesi e all’ingresso della Cina comunista tra i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Otto anni dopo, il presidente Jimmy Carter garantisce pieno riconoscimento a Pechino e taglia i canali diplomatici ufficiali con Taipei (secondo la “One China policy”), rendendo così possibile la visita del vice premier cinese Deng Xiaoping negli Stati Uniti, con tanto di sosta a un rodeo di cowboy in Texas.

Con questo riavvicinamento, Washington spera che l’apertura di Pechino all’economia di mercato e al commercio internazionale possa integrare il gigante asiatico nell’ordine mondiale liberale e, poco a poco, avvicinare il paese alla democrazia. Sarà questa idea a segnare la rotta dei successivi trent’anni di politica estera USA verso la Cina, passando per l’ingresso di quest’ultima nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001 e l’augurio che diventi uno “stakeholder responsabile” sullo scacchiere internazionale.

Crescita economica e autoritarismo sembrano però convivere senza problemi in Cina e quando, nel 2010, il paese sorpassa il Giappone diventando la seconda economia mondiale, la Casa Bianca decide che è arrivato il momento di cambiare marcia. Siamo nel 2011, alla fine del primo mandato di Barack Obama, quando la Segretaria di Stato Hillary Clinton teorizza una nuova politica estera americana: “Pivot to Asia”, lo spostamento progressivo del focus americano dall’area atlantico-mediorientale all’Oceano Pacifico per affrontare una Cina sempre più assertiva nella regione. A pochi giorni di distanza, Obama annuncia l’avvio della Trans-Pacific Partnership (TPP), un accordo di libero scambio tra paesi alleati nella regione.

Negli ultimi anni della presidenza Obama le relazioni con Pechino e Xi Jinping, il nuovo Segretario del Partito Comunista Cinese, sono altalenanti: da un lato crescono le tensioni nel Mar Cinese Meridionale e i disaccordi commerciali; dall’altro i due paesi collaborano su dossier di interesse comune, rendendo possibile lo storico accordo sul clima di Parigi del 2015. Alcuni processi di sottofondo sembrano però inarrestabili: nel 2016, pochi mesi prima che Obama lasci la Casa Bianca, il deficit commerciale USA verso la Cina sfiora i 350 miliardi di dollari, destando preoccupazione per le conseguenze di lungo periodo sul mercato del lavoro americano. È su questo fondale che entra in scena Donald Trump, il miliardario imprenditore e showman che promette di riscrivere le relazioni (commerciali e non solo) tra Stati Uniti e Cina. A novembre 2016, gli americani gli credono e gli consegnano le chiavi della Casa Bianca.

USA-Cina oggi: it's complicated.

Già prima di insediarsi, Trump aveva chiarito che il suo atteggiamento verso la Cina sarebbe stato ben diverso da quello dei predecessori. Dopo la vittoria di novembre, il presidente ha infatti avuto una conversazione telefonica con la presidente taiwanese Tsai Ing-wen: una cosa che non accadeva da quasi quattro decenni. Trump ha successivamente assicurato all’omologo Xi che gli USA avrebbero continuato a seguire la “One China policy”, ma il messaggio era chiaro: sui dossier cinesi, la presidenza Trump non avrebbe avuto tabù.

Nella sua visione imprenditoriale della politica, Trump riteneva inaccettabile che la bilancia commerciale tra i due paesi fosse così sbilanciata a favore della Cina, e pretendeva che fosse riequilibrata. Abbandonato il TPP nel 2017, si è così imbarcato in una serie di dispute commerciali alternando periodi di inasprimento dei dazi sulle importazioni made in China a round negoziali che tentavano di riavvicinare le due superpotenze. All’apice della guerra commerciale, nel maggio 2019, l’amministrazione Trump imponeva tariffe del 25% su 200 miliardi di dollari di merci importate dalla Cina agli Stati Uniti. Un primo passo verso la normalizzazione dei rapporti commerciali si è avuto solo a gennaio 2020, quando Trump e il vice premier cinese Liu He hanno firmato un accordo di “prima fase” preliminare a un possibile futuro accordo commerciale. Non sfugge però la differenza di peso dei due firmatari: mentre Trump, in piena campagna elettorale, ha voluto mettere la faccia sull’accordo, Pechino sembra intendere il documento come un modo per prendere tempo in attesa delle presidenziali di novembre.

Alla guerra dei dazi si è poi intrecciato in questi anni un altro conflitto tra la superpotenza nascente e quella la cui leadership ha segnato il mondo dal secondo dopoguerra in poi: quello per la supremazia tecnologica, di cui la vicenda Huawei è il caso più rappresentativo. L’ascesa di Huawei ha infatti insidiato la posizione di dominio degli USA nella fornitura di componenti high tech, soprattutto rispetto alla tecnologia 5G. L’azienda cinese, leader nel settore, ha lavorato alacremente per assicurarsi contratti di fornitura di reti 5G in molti paesi; inclusi diversi alleati di Washington, ai quali la Casa Bianca ha però chiarito che la vulnerabilità delle reti Huawei allo spionaggio cinese costringerebbe gli USA a interrompere la cooperazione su intelligence e difesa. Il culmine dello scontro è arrivato nel dicembre 2018, con l’arresto in Canada di Meng Wanzhou, Chief financial officer di Huawei, su richiesta americana. Un colpo molto duro per Pechino, che ha inasprito non poco le relazioni con Washington.

I diritti umani in Cina, tema già toccato da altri presidenti americani, sono diventati l’ennesimo terreno su cui l’amministrazione Trump si è spinta fino all’aperto confronto con le autorità cinesi. Davanti alle proteste scoppiate a Hong Kong per la piena autonomia dell’isola a inizio 2019, la Casa Bianca si è schierata decisamente a favore dei manifestanti, formalizzando il suo sostegno con lo Hong Kong Human Rights and Democracy Act del novembre 2019. Riguarda gli affari interni cinesi, considerati intoccabili da Pechino, anche la questione uigura: di fronte alla repressione della minoranza musulmana dello Xinjiang, gli Stati Uniti hanno usato parole molto dure, a cui hanno affiancato una serie di sanzioni contro aziende e funzionari cinesi accusati di complicità negli abusi.

L’ultima grande crisi tra Cina e Stati Uniti, in ordine di tempo, è arrivata con la pandemia da Covid-19. Dopo gli iniziali tentativi del presidente di minimizzare il pericolo, è diventato presto chiaro che gli USA, colti impreparati dall’emergenza, avrebbero pagato un prezzo tragico e altissimo. Nel tentativo di ridimensionare le proprie responsabilità, Trump ha attirato la Cina in un gioco di accuse reciproche su chi avesse le maggiori responsabilità sulla gestione della pandemia. Il presidente ha colpito nel segno, intuendo la sensibilità di Pechino al danno reputazionale che il coronavirus rischia di comportare per il paese, che proprio negli ultimi anni ha fatto di tutto per presentarsi al mondo come nuovo leader globale, alternativo agli USA, con progetti mastodontici quali la Belt and Road Initiative. Se la reputazione di Pechino aveva già subito un duro colpo con l’emergere di gravissime testimonianze sui tentativi di insabbiamento dell’emergenza da parte delle autorità cinesi, le uscite in cui Trump ha parlato di “virus cinese” e “Kung flu” hanno rasentato il razzismo.

Per tutti questi motivi, a quattro anni dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca, i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono al punto più basso da settant’anni, dai tempi della Guerra di Corea.

Domani: cosa cambia con le presidenziali 2020?

Trump 2.0: “Change China”. Se Trump vincesse un secondo mandato alla Casa Bianca, ci sono pochi dubbi che lo scontro con la Cina continui anche in futuro. Washington cercherà di colpire Pechino sui suoi punti più vulnerabili, provando a eroderne la credibilità internazionale e costringendo il resto del mondo (Europa in primis) a scegliere da che parte schierarsi. In questo contesto, un ruolo centrale sarà probabilmente giocato da Taiwan, a cui gli USA si sono sempre più avvicinati durante la pandemia.

Al di là che un accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina venga infine trovato, una presidenza Trump proseguirà – se non addirittura accelererà – il processo di decoupling dell’economia americana da quella cinese, ridimensionando gli scambi tra i due paesi e riducendo la dipendenza degli USA dalle forniture cinesi di materie prime, semilavorati e componentistica, specialmente nelle industrie più strategiche.


Biden: “Restore America”. Anche per Biden la Cina è un avversario strategico. Piuttosto che cercare il corpo a corpo con il gigante asiatico, però, una presidenza Biden si concentrerebbe probabilmente sul rafforzare gli Stati Uniti, recuperandone la leadership globale e creando un’alleanza di paesi democratici con cui arginare la Cina con un approccio multilaterale.

Trump o Biden che sia, è chiaro che gli Stati Uniti hanno ormai rinunciato alla speranza che l’integrazione della Cina nei mercati internazionali e nelle strutture di governance globale trasformi il regime di Pechino e, portando prosperità nel paese, apra la strada alle richieste di democrazia. Questa idea, come spiega lo United States Strategic Approach to the People’s Republic of China pubblicato a maggio dalla Casa Bianca, ha guidato l’approccio americano alla Cina negli ultimi quarant’anni; se già Obama aveva sollevato qualche dubbio, è difficile oggi immaginare che qualcuno a Washington possa continuare a crederci.

   
   
   
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ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

Focus a cura di Paolo Magri, Elena Corradi, Alessia De Luca, Fabio Parola e Giulia Sciorati, ISPI

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